Intelligenze Artificiali: progettare tecnologie che non spengano noi
Un tecnoentusiasta della prima ora
Sono un tecnoentusiasta della prima ora, e lo dico senza ironia. Da bambino bastava sfiorare i grandi tasti del Commodore con le mie piccole dita per veder nascere mondi immaginari. Da adolescente ho imparato Basic, Cobol e Pascal, linguaggi ormai quasi dimenticati, perché volevo dare forma alle mie idee.
Poi, mentre diventavo psicologo, ho lavorato per anni con aziende della Silicon Valley. Mi hanno insegnato molto su come funzionano queste tecnologie, nel bene e nel male. Lungo la strada mi ha folgorato un libro del 1985 del professor Gianni Zanarini, L'emozione di pensare. Psicologia dell'informatica: costava 8.000 lire e mi ha fatto capire presto che l'informatica non è solo tecnologia: è psicologia.
Per molto tempo ho creduto che la tecnologia avrebbe soltanto migliorato le nostre vite. Negli ultimi vent'anni, però, qualcosa è andato storto.
Le Intelligenze Artificiali invisibili
Gran parte delle piattaforme di intrattenimento che usiamo ogni giorno è guidata da intelligenze artificiali che non vediamo. Sono algoritmi progettati per tenerci coinvolti senza sosta, e troppo spesso finiscono per silenziare la comunicazione e il nostro rapporto con il mondo. Da questo modello derivano i grandi profitti dei colossi digitali, e sempre più chiaramente anche costi umani altissimi.
Migliaia di pubblicazioni scientifiche e le recenti sentenze statunitensi indicano una responsabilità crescente delle piattaforme di massa nel malessere collettivo. L’iperconnessione non è l’unica causa del disagio, ma ne è un potente amplificatore. E alcuni indicatori, in Italia, parlano da soli.
Nell’era predigitale i disturbi della nutrizione e dell'alimentazione riguardavano circa 300.000 persone; oggi sono 3 milioni, e un milione ha meno di 14 anni. Un giovane su dieci mostra i segni di ritiro sociale tipici dell’hikikomori: centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi che faticano a uscire dalla propria cameretta. E il suicidio è diventato la seconda causa di morte tra i giovani italiani (il primo in Europa).
Dietro questi numeri ci sono storie che non possiamo più ignorare.
Le frasi che dobbiamo smettere di ripetere
Eppure, quando se ne parla, tornano sempre le stesse frasi. La prima è “non demonizziamo la tecnologia, dipende da come la si usa”. Ma non stiamo parlando di strumenti neutri, né di algoritmi validati per usi specialistici nelle mani di professionisti formati, che anzi meriterebbero investimenti ben più consistenti. Parliamo di tecnologie di intrattenimento di massa che troppo spesso funzionano come trappole superattrattive per la mente.
La seconda è “non possiamo frenare l'innovazione, o resteremo indietro”. Dalle automobili agli aerei, abbiamo sempre vigilato sulle grandi tecnologie di massa, le abbiamo regolate e migliorate nel tempo. Non capisco perché oggi siamo così timidi davanti a quelle dell'intrattenimento.
La terza è “è colpa dei genitori”, che significa attribuire la colpa ad altre vittime. Da adulti siamo sempre responsabili, certo, ma i genitori sono stati i primi a essere travolti dallo tsunami digitale, anche sul lavoro. Si sono trovati senza strumenti educativi, psicologici e normativi, sommersi da stimoli che nessuna generazione prima di loro aveva dovuto gestire, e ignari delle conseguenze neurologiche, emotive, cognitive e relazionali che l’iperconnessione avrebbe scatenato.
C'è infine chi dice che “basta una buona educazione digitale”. È essenziale, e non solo tecnica: deve essere psicologica, giuridica, economica ed etica al digitale e alle IA, nelle scuole come nelle aziende. Ma non può bastare quando teniamo in tasca delle slot machine portatili. Non a caso, migliaia di persone stanno tornando ai telefonini essenziali, senza internet: forse l'unica soluzione realistica per i nostri minorenni.
Le Intelligenze Artificiali visibili
Viviamo in un contesto che normalizza troppo in fretta tecnologie dannose per la salute pubblica. Abbiamo normalizzato social network con algoritmi che generano nuove dipendenze a ogni età, dai bambini ai nonni. Abbiamo normalizzato videogiochi con lootbox e microtransazioni che replicano con i più giovani le tecniche del gioco d'azzardo, già vietate in alcuni paesi, e lo scroll infinito, che erode l’attenzione e altera il sonno, due pilastri dell'apprendimento e della salute mentale.
Oggi, dopo le intelligenze artificiali invisibili, abbiamo normalizzato anche quelle visibili, ancora più potenti. Sono i chatbot che ci parlano, ci danno sempre ragione e simulano empatia, affetto e intimità: relazioni quasi perfette. Col tempo erodono la nostra capacità di socializzare e di convivere con le naturali imperfezioni umane.
Più del 40% degli adolescenti italiani usa già i chatbot come compagni virtuali sempre compiacenti, o addirittura come terapeuti, evidentemente abusivi. I primi danni si vedono, tanto che alcune piattaforme hanno iniziato a escludere i minorenni, dopo le prime cause legali. Quella misura andrebbe estesa a tutte, perché questi sistemi aumentano solitudine, isolamento e dipendenza emotiva, e finiscono per “svuotare” e omologare il pensiero.
E c'è un dato che inquieta più degli altri: il 40% dei chatbot di queste app usa con gli utenti tecniche manipolatorie tipiche delle relazioni tossiche.
Trattiamo le IA come i farmaci
Da tecnoentusiasta della prima ora, ma non dell'ultima, credo che tecnologie così potenti, quando entrano nelle nostre case e nelle camerette dei nostri figli, non vadano più trattate come semplici tecnologie. Vanno trattate come farmaci. Un farmaco, prima di arrivare sul mercato, deve superare test, ottenere approvazioni e dichiarare i propri effetti collaterali.
Le intelligenze artificiali di intrattenimento di massa, invece, entrano nelle nostre vite in fretta e con controlli a dir poco insufficienti, e solo dopo ne scopriamo le conseguenze. L'Unione Europea lavora da anni a regolare il fenomeno, e non è la sola. Ma serve una svolta preventiva.
I legislatori fanno bene a lavorare sulla maggiore età digitale, sull’educazione digitale nelle scuole e nelle aziende, sul diritto alla disconnessione e su alternative esperienziali e di aggregazione per i giovani. Accanto a tutto questo, però, dovrebbero imporre alle Big Tech la tutela della salute mentale come requisito di progettazione dei loro sistemi. Un requisito verificato, validato e vigilato costantemente, magari anche da altre intelligenze artificiali indipendenti, con la stessa cura che riserviamo a un farmaco e conciliando i tempi dell'innovazione con quelli della salute pubblica.
Né a favore né contro
Il bambino che assaporava le magie del Commodore oggi è un padre, direi tecnorealista, di due bambine luminose. Vorrei che potessero vivere le meraviglie della tecnologia senza subirla, senza che spenga la loro luce.
Essere a favore o contro la tecnologia è un falso dibattito, che ci fa solo perdere tempo. Il punto è smettere di subire forme di innovazione aggressive e manipolatorie e tornare a governarle. Magari indirizzando una parte di questi investimenti enormi verso progetti che nutrano ciò che sta scomparendo: il corpo, l'immaginazione, il pensiero critico, i legami umani.
In un’epoca in cui milioni di ragazze e ragazzi sono così delusi da arrivare a desiderare un mondo senza Internet, la vera sfida non è spegnere la tecnologia. La vera sfida è progettare tecnologie che non spengano noi.
Questo articolo riprende il mio talk al TEDxPadova del 9 maggio 2026 dal titolo “E se trattassimo le intelligenze artificiali di intrattenimento massa come i farmaci?”.