I pregiudizi (da superare) degli psicologi sulle tecnologie

C’è una narrazione diffusa – spesso non dichiarata, ma profondamente radicata – che attraversa la nostra comunità professionale: la tecnologia sarebbe qualcosa di distante, freddo, poco compatibile con la profondità della relazione terapeutica. Una presenza quasi “estranea” alla stanza di terapia, tollerabile al massimo come supporto marginale, ma non come elemento integrante del lavoro clinico.

È una posizione comprensibile, soprattutto se pensiamo a come la prima ondata del digitale abbia inciso negativamente sulle persone: iperconnessione, distrazione continua, piattaforme progettate per catturare attenzione più che per generare benessere. Ma oggi questa lettura rischia di essere parziale. Perché mentre noi ci interroghiamo se e quanto integrare la tecnologia, pazienti e utenti la utilizzano quotidianamente. Parlano con Intelligenze Artificiali conversazionali, si regolano emotivamente attraverso contenuti digitali, sperimentano ambienti immersivi in Realtà Virtuale, giocano a videogame che attivano processi cognitivi ed emotivi profondi, utilizzano – spesso senza saperlo – strumenti di auto-monitoraggio fisiologico. E molto spesso lo fanno da soli, fuori da qualsiasi cornice di senso psicoeducativa o terapeutica.

È qui che il tema cambia radicalmente: non si tratta più di decidere se la tecnologia debba entrare o meno nella psicologia e nelle psicoterapie, ma di comprendere se vogliamo essere noi – come professionisti – a governarne l’uso, oppure lasciarla agire senza mediazione.

❄️ È UNO STRUMENTO FREDDO E DISTANZIANTE

Il primo grande pregiudizio è che la tecnologia sia uno strumento freddo e distanziante. In realtà, questa idea nasce da un equivoco profondo: confonde la tecnologia con alcune sue applicazioni. Siamo abituati a osservare piattaforme progettate per trattenere l’utente il più a lungo possibile, per catturare attenzione, per generare engagement, e finiamo per attribuire queste caratteristiche a qualsiasi forma di tecnologia. Ma una Intelligenza Artificiale utilizzata in un contesto clinico, o una esperienza in Realtà Virtuale progettata per favorire l’esplorazione di stati interni, rispondono a logiche completamente diverse. Anzi, proprio la Realtà Virtuale, aumentando il senso di presenza e immersione, può ridurre la distanza percepita e facilitare un contatto più diretto con vissuti emotivi complessi. La tecnologia, quindi, non è intrinsecamente fredda o distante: è la progettazione – e soprattutto l’intenzionalità clinica con cui viene utilizzata – a determinarne l’effetto sulla relazione.

❤️ PRIVA DI EMPATIA E UMANITÀ IL RAPPORTO D’AIUTO

Un secondo pregiudizio molto diffuso è che la tecnologia privi di empatia e umanità il rapporto d’aiuto. Ma qui rischiamo di attribuire al mezzo una responsabilità che appartiene al professionista. L’empatia non risiede nello spazio fisico, ma nella qualità della presenza. Uno psicologo empatico resta empatico anche attraverso uno schermo, così come uno psicologo distante può esserlo anche nella relazione in presenza. Le Intelligenze Artificiali conversazionali, è vero, possono simulare forme di dialogo e risposta, ma non sostituiscono la responsabilità clinica né la profondità del legame umano. Tuttavia, possono essere integrate come strumenti di supporto: aiutare il paziente a monitorare i propri stati interni, a riflettere tra una seduta e l’altra, a sviluppare maggiore consapevolezza. In questo senso, non riducono l’umanità della relazione, ma possono contribuire – se ben utilizzate – a sostenerla e ampliarla.

⚠️ È PIÙ CHE ALTRO FONTE DI STRESS E DIPENDENZE

Un altro pregiudizio, in parte fondato ma spesso generalizzato, è che la tecnologia sia soprattutto fonte di stress e dipendenze. È innegabile che una parte del mondo digitale sia progettata per generare coinvolgimento compulsivo, sfruttando meccanismi neuropsicologici di gratificazione continua. Ma ridurre la tecnologia a questo significa ignorarne un’intera evoluzione. Oggi esistono strumenti completamente diversi, progettati con finalità di benessere e sviluppo: videogame strutturati per allenare life skills, ambienti di Realtà Virtuale per lavorare su ansia e fobie, sistemi di biosensoristica che permettono di aumentare la consapevolezza corporea, fino a forme di neurosensoristica che iniziano a restituire informazioni sui pattern di attivazione cerebrale. Confondere queste tecnologie con quelle orientate alla dipendenza significa rischiare di rifiutare strumenti potenzialmente utili sulla base di esperienze negative legate ad altri contesti.

🧠 È TROPPO DIFFICILE DA UTILIZZARE NEL SETTING

Spesso emerge anche la convinzione che queste tecnologie siano troppo complesse da utilizzare nel setting clinico. In realtà, negli ultimi anni, l’evoluzione dell’interfaccia e del design ha reso molti strumenti sorprendentemente accessibili. Le piattaforme sono sempre più intuitive, i percorsi guidati, le integrazioni pensate proprio per professionisti non tecnici. Il vero nodo, quindi, non è tanto la difficoltà intrinseca, quanto la mancanza di formazione. Abbiamo investito anni nello sviluppo delle competenze cliniche tradizionali, ma molto meno nell’apprendimento di come utilizzare strumenti come la Realtà Virtuale, le Intelligenze Artificiali o i dispositivi di biosensoristica basati, ad esempio, sulla variabilità della frequenza cardiaca. Non è una questione di complessità tecnologica, ma di alfabetizzazione professionale: ciò che oggi appare difficile è spesso semplicemente poco conosciuto.

💰 È TROPPO COSTOSA

Il tema dei costi rappresenta un’altra barriera frequente. In passato, molte tecnologie erano effettivamente poco accessibili, sia per i costi elevati sia per la complessità di implementazione. Oggi, però, il panorama sta cambiando rapidamente: le soluzioni sono sempre più scalabili, i dispositivi più economici, i modelli di utilizzo più flessibili. Ma soprattutto, cambia il modo in cui dovremmo porci la domanda. Non si tratta solo di chiedersi quanto costa una tecnologia, ma quale valore è in grado di generare nel percorso clinico. Se una esperienza in Realtà Virtuale aumenta l’engagement del paziente, se un sistema di biosensoristica migliora la capacità di autoregolazione, se un videogame strutturato favorisce l’apprendimento di competenze emotive nei più giovani, allora il costo non è più solo una spesa, ma un investimento in efficacia.

📊 NON È SCIENTIFICAMENTE VALIDA

Un pregiudizio più silenzioso, ma molto presente, riguarda la presunta mancanza di validazione scientifica. Molti professionisti percepiscono queste tecnologie come sperimentali o poco affidabili, ma la realtà è che la ricerca in questo ambito è in forte crescita. La realtà virtuale è già supportata da numerosi studi, soprattutto nei disturbi d’ansia e nelle fobie; il biofeedback è utilizzato da tempo per la regolazione dello stress; le digital therapeutics stanno iniziando a costruire un corpus di evidenze sempre più solido. Anche sull’uso delle Intelligenze Artificiali si stanno aprendo nuove linee di ricerca. Il problema, quindi, non è tanto l’assenza di evidenze, quanto la difficoltà nel trasferirle nella pratica clinica quotidiana.

🤖 SOSTITUIRÀ LO PSICOLOGO

Il timore che la tecnologia possa sostituire lo psicologo è probabilmente il più potente, soprattutto nell’attuale fase di sviluppo delle Intelligenze Artificiali generative e conversazionali. Tuttavia, questa paura nasce da una confusione tra funzioni e ruoli. Alcune funzioni possono essere supportate o automatizzate: la raccolta di dati, il monitoraggio, l’erogazione di esercizi, l’allenamento di competenze attraverso videogame o ambienti immersivi. Ma il ruolo clinico – fatto di interpretazione, responsabilità, etica, costruzione di senso e relazione – non è sostituibile. Piuttosto, queste tecnologie possono alleggerire alcune attività, liberando tempo e risorse per ciò che è realmente centrale nel lavoro dello psicologo.

🧩 NON È ADATTA AI PAZIENTI FRAGILI

Un altro pregiudizio riguarda l’idea che queste tecnologie non siano adatte ai pazienti più fragili. In realtà, spesso accade il contrario. Proprio i pazienti con maggiori difficoltà – ad esempio quelli con elevata ansia, evitamento o difficoltà di accesso fisico ai servizi – possono beneficiare di strumenti mediati. Ambienti di Realtà Virtuale controllati permettono esposizioni graduali, sistemi di biosensoristica aiutano a riconoscere e regolare l’attivazione fisiologica, percorsi guidati possono facilitare un primo contatto meno minaccioso con il lavoro terapeutico. In questo senso, la tecnologia non rappresenta una barriera, ma può diventare un ponte verso la relazione.

🧱 ROMPE IL SETTING

C’è poi un tema più identitario: la paura che la tecnologia rompa il setting. Ma il setting non è semplicemente uno spazio fisico, né un insieme rigido di regole. È una cornice di senso condivisa, un accordo implicito su ciò che accade e sul perché accade. Se la tecnologia entra nel setting in modo casuale o non intenzionale, può certamente disturbare. Ma se viene integrata con chiarezza di obiettivi e coerenza clinica, può ampliare le possibilità del lavoro terapeutico, rendendo il setting più flessibile e aderente ai bisogni contemporanei.

🧭 NON FA PARTE DELL’IDENTITÀ PROFESSIONALE

Infine, c’è forse il pregiudizio più profondo: l’idea che la tecnologia non faccia parte dell’identità dello psicologo. Ma la psicologia non è definita dagli strumenti che utilizza, bensì dagli obiettivi che persegue: comprendere, accompagnare, trasformare. Se strumenti come le Intelligenze Artificiali, la Realtà Virtuale, i videogame per lo sviluppo delle life skills, la biosensoristica e la neurosensoristica contribuiscono a questi obiettivi, allora non sono qualcosa di esterno alla psicologia, ma parte della sua evoluzione. Resistere a questa integrazione non significa preservare l’identità della professione, ma rischiare di renderla meno capace di rispondere ai bisogni attuali..

Il rischio oggi per un professionista è utilizzare la tecnologia senza consapevolezza, oppure escluderla completamente dalla pratica professionale. Ci sono due rischi: perdere la possibilità di guidare processi che stanno già avvenendo nella vita delle persone e non usare strumenti specifici e validati per il supporto psicologico e la psicoterapia, che potrebbero essere validi complementi all’esperienzialità del setting e all’oggettivizzazione delle terapie. La vera sfida, quindi, non è tecnica ma culturale: passare da una psicologia che osserva la tecnologia con sospetto a una psicologia che la comprende, la integra e la governa. Perché le tecnologie sono già presenti nei vissuti delle persone; la domanda è se saremo in grado di entrarci anche noi, con competenza, responsabilità e una chiara cornice di senso.